Note di campo – Cimiteri

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Mentre mi aggiro tra questi monumenti d’argilla penso che se un giorno, per caso, dovessi morire, mi piacerebbe trovare un posto così ad accogliermi. Senti che pace, guarda che bello. La città dei morti non fa mica così paura. Pare quasi, senza esserlo, un elemento naturale del paesaggio, che ne riflette i colori, che ne potenzia lo splendore. Pare quasi che veramente di là ci sia qualcosa, e addirittura qualcosa di migliore.

Dalle immagini satellitari tutto questo non si capiva. Per niente. Vedevo ammassi senza ordine che parevano muretti di case mai costruite, fondamenta di villaggi deserti che si arrampicavano sulle colline. Tre, quattro villaggi deserti attorno a ogni singolo villaggio vero, fatto di case vere, abitate. Cosa diavolo erano? In altre zone qualcuno li aveva indicati come cimiteri. Cimiteri? Era mai possibile? Tre, quattro cimiteri per un villaggio di nemmeno un centinaio di case? Cimiteri. Semplici, meravigliosi.
Roberto e Tilek mi hanno abbandonata a questa mia perversione che finisce per scaricare completamente la batteria della macchina fotografica. L’uno per cercare bestiacce sotto i sassi e tra i pochi arbusti, l’altro per sistemare qualcosa in auto.
Sembra tutto vecchio, antichissimo, fermo qui dalla notte dei tempi e invece i kirghisi mi guardano dalle loro fotografie e le date non vanno poi molto indietro. In fondo sono stati popolo nomade fino all’arrivo dei russi. Ogni singolo passo si scoprono storie e miscugli di Storia. Le mezzelune islamiche si intrecciano a razzi spaziali di ferro che puntano la luna, scheletri di yurta ricordano gli spiriti errabondi. C’è chi viene seppellito con il proprio cavallo, chi invece viene riparato soltanto da un piccolo muretto e da qualche pietra posata qua e là.
Torno dal resto del team con un carico di domande a cui cerchiamo di trovare delle risposte. Per lo più sono domande occidentali che qualche volta, sono sicura, fanno strano a Tilek, che già mi avrà pensato pazza quando gli ho detto che mi interessava mappare cimiteri, percorrere le strade delle città dei morti. Ce ne andiamo, ma resto con il pensiero che se un giorno, per caso, dovessi morire…

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